RETROVIE
Nota dell’autore
PiĂą che un vero e proprio backstage, RetroVie racconta, con immagini e musica una storia; una storia che unisce tutti ( o quasi tutti) coloro che hanno vissuto e reso possibile il Festival.
Il concetto dal quale sono partito è molto semplice: un festival viene fruito e vissuto dal pubblico come un pacchetto preconfezionato; si gusta un prodotto maturo e completo senza però sapere e scoprire cosa di fatto ha permesso la sua realizzazione sotto ogni punto di vista; in altri termini, si conosce sempre e solo (purtroppo) quello che si vede ma ciò che resta sotto la punta dell’iceberg rimane spesso e volentieri nascosto. Ecco che allora un festival (e a maggior ragione uno di teatro come Vie) è creato prima che da artisti, registi, attori, tecnici, organizzatori e spettatori, prima che da messe in scena e logiche burocratiche, prima che da tutto il resto, un festival di teatro è creato prima di tutto da persone e tra persone. Il teatro è relazione, sempre e comunque. |
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L’obiettivo, riuscito o meno, è stato quello di portare alla luce tutto il resto, o anche solo una piccola parte di quell’iceberg che rimane sommerso; provare a guardare molto semplicemente e anche se per pochissimo, tra le cose.
Portare alla luce il resto dell’iceberg, dicevo; sì, ma come?
Ogni strada, ogni via ha molti modi per descriversi. Ogni percorso è tale perché risponde a determinate caratteristiche. Ogni strada e ogni via possibile è percorribile in lungo e in largo da ogni mezzo che l’uomo, astronauta o meno sulla propria terra, ha a disposizione.
RetroVie prova a mettere in luce pezzetti di quei vicoli secondari e alternativi, legati, ognuno di loro, da un senso e perché no, da un percorso comune. Ogni strada insomma nasconde una parallela, e questo al di là di tutto, da comunque speranza ed è bellissimo.
Creare, con un linguaggio molto semplice, qualcosa che in un certo senso avrebbe potuto forse anche distrarre dall’attenzione impegnata degli spettacoli, cercando di attirare comunque sia gli esperti del settore ma anche e soprattutto gli “ultimi”; chi non conosce, chi non si è mai avvicinato al teatro. Lo scopo, dicevo, è quello di far trasparire in quella “leggerezza pensosa”, prima che dei professionisti, delle persone; persone che come chiunque altro sperano, amano e soffrono; e come chiunque, soprattutto, desiderano; desiderano come cercarla; desiderano come percorrerla, in un modo o in tutti quelli possibili, la Vita.
Ed è proprio questa fame di vita, che, a mio parere,  il teatro deve custodire come sua identità . Essere strumento capace di spingere l’uomo a “volare” o almeno a desiderare di farlo. Proprio come un astronauta capace di alzarsi da terra, magari attaccato a una mongolfiera. Un’opportunità questa o un privilegio l’abilità di guardare tra le cose ponendosi da un punto di vista diverso, distaccato magari, ma autentico in grado di mettere a fuoco più percorsi e…persone possibili.   Sarà anche che l’arte tutta (teatro compreso) quando è sana riesce davvero a mettere le persone in ascolto tra le cose e anche,perché no, proprio come il nostro astronauta in mongolfiera, in contatto verso l’invisibile e verso tutto ciò che fra lui e noi ci sta in mezzo. E questo auspicio, questa tensione verso l’alto, quest’equilibrio tra visibile e invisibile, questa unione fra il cielo e la terra , questo ascolto dell’anima di cui ogni artista, anzi ogni persona dovrebbe nutrirsi, questo sì…questo sì che genera Vita.
Con la speranza che al di là di ogni mancanza tecnica, questo lavoro possa aiutare a far passare un messaggio ringrazio di cuore tutte le compagnie e le persone che hanno partecipato, diventando quasi, e lo vedrete, veri e propri “attori” di una storia, che senza accorgersi, abbiamo scritto insieme.
Buona visione e soprattutto buon ascolto…
Per VIE scena contemporanea festival
Simone De Rosa